Questo libro forse è ormai diventato più famoso de “Il Piccolo Principe” o di “Zanna Bianca” e non perché abbia venduto più copie ma perché basta nominarlo durante una serata tra neo-mamme o leggere un articolo sul web, che si scatena regolarmente l’inferno. Non solo piogge di commenti ma mi è capitato spesso di leggere prese di posizione talmente forti da sfociare in liti o insulti verso chi approvava o contestava questo metodo.

Che cosa è “Fate la nanna”
Per chi non sapesse ancora di cosa si tratta, parliamo di un libro scritto nel 1999 da un neuropsichiatra spagnolo, Edward Estvill, che spiega il metodo per insegnare ai bambini a dormire la notte, educandoli gradualmente ad addormentarsi da soli.

La mia esperienza personale (in breve)
Conosco bene questo libro perché ho dovuto comprarlo per disperazione.
Il mio primogenito, quando era piccolo (ma non più neonato), si svegliava dalle 20 alle 25 volte per notte (si, a un certo punto le ho anche contate perché non credevo neanche io alla quantità di volte in cui mi alzavo per andare nella sua stanza, ogni notte) che, tradotto in parole povere, voleva dire ogni 20-30 minuti circa. Mezz’ora vuol dire che non fai a tempo a tornare nel tuo letto e ad addormentarti, che dovevo di nuovo alzarmi. Vi lascio immaginare in che stato ero durante il giorno, talmente stanca da non reggermi in piedi e spesso nervosa per la mancanza di sonno…nervosismo che poi trasmettevo ovviamente anche a mio figlio durante il giorno.
Perché si svegliava cosi tanto? 2-3 volte era per la poppata…e le altre 20? Le altre perché perdeva il ciuccio, perché aveva sete, perché “mammmaaaaaa”, perché si, perché ogni scusa era buona per vedermi. E più assecondavo le sue innumerevoli richieste e più lui mi chiamava. Era diventato un circolo vizioso, un gioco senza fine!

Alla fine, stremata, ho cercato aiuto in questo libro di cui tanto si parlava, ho applicato il metodo e risolto completamente il problema in 4 giorni.
Dal 5° giorno mio figlio ha iniziato a dormire 12 ore consecutive, senza risvegli e con lui anche io…con lo splendido risultato che il giorno eravamo tutti e due più riposati e sereni!

Io dico sempre che sarò eternamente grata per 3 invenzioni:
– l’epidurale (senza la quale penso sarei morta di dolore durante contrazioni e parto. A 3 cm di dilatazione avevo praticamente le allucinazioni)
– il navigatore satellitare (senza il quale oggi starei girovagando in non so quale continente, nel cercare di raggiungere semplicemente l’altra parte della mia città)
– il libro “Fate la nanna”, grazie al quale mio figlio – e di conseguenza io – siamo rinati!
Quindi se vi state chiedendo se sono una di quelle mamme che appoggia il metodo Estvill, si, lo sono. Totalmente!

Le critiche
Al metodo “fate la nanna” vengono di solito mosse, da chi è contrario, queste critiche, alle quali, per la mia personale esperienza, vorrei rispondere cosi:

  • “Lo stesso Estvill ha affermato che il suo metodo era sbagliato ed è stato addirittura radiato dell’albo.”
    Estvill non è stato radiato dall’albo né ha rinnegato il suo metodo. Ha specificato solo che, alla luce di nuovi studi scientifici, è bene non applicare il metodo ai neonati. Ecco le sue parole: “Le regole spiegate in ‘Fate la nanna’ valevano per i bambini a partire dai tre anni che soffrivano della cosiddetta insonnia infantile per abitudini scorrette’. Tali norme non possono essere applicate con i bambini più piccoli a causa dell’immaturità del loro orologio biologico.
  • “Il metodo consiste nel far piangere il bambino che alla fine esausto si addormenta”
    Ecco, ogni volta che una mamma chiede in cosa consiste, arriva puntuale questa risposta. L’idea che mi sono fatta ormai è che chi risponde cosi non ha letto il libro o non lo ha capito. Il metodo è ben più complesso e dettagliato e un libro non si può riassumere banalmente in una riga! Ci sono delle tabelle orarie da seguire, nelle quali è spiegato che invece il genitore non abbandona il figlio ma interviene ogni tot minuti. E va li per tranquillizzarlo. Sono spiegati i motivi, nonché tanti altri accorgimenti da seguire (parole, rassicurazione, ciuccio…). Anche io non voglio riassumere tutto il libro in queste 3 righe perché non sarebbe corretto. Il mio invito è di leggere veramente il libro prima di farsi un’idea personale!
  • “I bambini cosi, si sentono abbandonati”
    Anche qui, forse non si è letto attentamente il libro. Il bambino non viene abbandonato affatto, tant’è che il metodo prevede ogni tot tempo la presenza del genitore.
    Semplicemente imparano piano piano ad avere fiducia in se stessi, proprio perché sanno che il genitore nonni ha abbandonati.
  • “Far piangere il bambino è crudele”
    Posto, come appena detto, che non è vero che bisogna lasciar piangere il bambino per ore, io non ho mai trovato il pianto del bambino, come un problema o una crudeltà.
    Paradossalmente penso il contrario. I bambini da piccoli non parlano. Il loro modo di comunicare è proprio il pianto. Piangendo ci dicono che hanno fame, sete, caldo, sonno…e prenderli su al primo vagito per me corrisponde al “tappare loro la bocca”. Non ti lascio esprimere il tuo disagio, neanche mi fermo a capire cosa hai, l’importante è che tu non pianga. Che poi un conto è quando sono neonati ma man mano che crescono, consolandoli al primo accenno di pianto significa, sempre secondo il mio modesto parere, a trasmettere insicurezza. Come a dire “risolve tutto mamma, perché tu non ce la puoi fare a superare un momento difficile o di dolore”. Ecco, io penso che il mio dovere di mamma sia infondergli sicurezza, stargli vicino facendogli capire che ha le risorse per superare un problema.
  • “I bambini crescono insicuri e con un sacco di problemi”
    Perché mai? I bambini imparano ad acquisire fiducia in se stessi. E’ l’esatto contrario!
    Ho applicato il metodo ai miei figli che ogni, preadolescenti, non hanno mostrato alcun problema di socializzazione, né sindromi di abbandono, né di difficoltà relazionali, né di studio a scuola. Sanno, con il mio appoggio li dove serve, che hanno gli strumenti dentro di sé per superare le difficoltà. E se non ce la fanno, non si sentono abbandonati ma sanno che sono la persona sulla quale, più di chiunque altra, possono contare sempre!
  • “Io non ce la faccio a sentirlo piangere”
    Questa, tra tutte le critiche, è quella che accetto di più. Chi per debolezza, chi per ipersensibilità, mi rendo conto che a volte sia un po difficile. A dirla tutta i primi due giorni anche io piangevo in salotto, mentre sentivo mio figlio piangere nella sua stanza. Ma mi ripetevo che era per il suo bene, che presto avrebbe imparato a dormire tutta la notte e sarebbe stato più riposato durante il giorno. E cosi fu. Penso che se per una madre il dolore è veramente cosi insostenibile, meglio cercare altre strade.
    Mi dispiace però sentire che la motivazione sia “IO non voglio soffrire” perché in questo caso assume un’accezione egoistica che un genitore non dovrebbe avere. O almeno io, preferisco mettere il mio dolore in secondo piano, se questo può servire ad aiutare mio figlio. Io soffro ma lo faccio volentieri per te.

Ecco, poi c’è chi adotta altri metodi, chi non li adotta affatto, chi ha semplicemente la fortuna di avere bambini che dormono, chi preferisce seguire il metodo Tracy Hogg…qualunque sia la modalità adottata, mi piacerebbe per una volta conoscere la vostra esperienza, leggendo commenti e motivazioni con toni pacati, senza dover “aggredire” per forza chi ha deciso di utilizzare il metodo Estvill…perdipiù se, come nel mio caso, ha anche funzionato perfettamente 😉

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